
In ogni aula scolastica e in ogni casa aleggia una tensione difficile da nominare. Viviamo in un’epoca in cui quasi tutto è potenzialmente accessibile: informazioni, strumenti, stimoli, possibilità. È una ricchezza imprevista, a portata di mano. Eppure, paradossalmente, questa stessa abbondanza sembra sottrarre l’energia necessaria per scegliere una direzione, per impegnarsi davvero, per sostenere un percorso.
Il risultato è un’apparente contraddizione che genitori e insegnanti osservano ogni giorno: ragazzi pieni di potenziale che faticano a trovare concentrazione e motivazione. Non è una crisi di intelligenza, ma una crisi di attenzione, intesa in senso ampio.
Quando parliamo di “attenzione”, non intendiamo solo la capacità di restare focalizzati su un compito, ma di un insieme di abilità:
- selezionare ciò che conta,
- resistere alle distrazioni,
- restare in una direzione nel tempo,
- discernere cosa merita impegno e cosa no.
È un superpotere perché orienta tutto il resto: desideri, abilità, relazioni, percorso di vita. E oggi è sotto attacco.
Studiare, crescere e appassionarsi richiede qualcosa che appare quasi controculturale: un lavoro lento, stabile, ripetitivo; un impegno dai benefici non immediati; la maturità di andare oltre la gratificazione istantanea. Sono pratiche difficili, ascetiche nel senso più essenziale del termine: richiedono allenamento, rinuncia, costanza. E come ogni ascetica, sono scomode all’inizio e opache nei risultati a lungo termine. Ma senza queste pratiche non esiste nessuna competenza davvero formativa.
Il nostro compito non è rendere tutto divertente (o come spesso si sente dire: un gioco, come se il gioco risolvesse tutto), ma dare un senso alla fatica, illuminando ciò che lo studente non riesce ancora a vedere e guidandolo finché la sua curiosità e abilità non diventa abbastanza forte da reggersi da sola.
Esploriamo come.
L’attenzione è una pratica ascetica
Nell’immaginario collettivo la motivazione è una scintilla: un impulso, un momento di ispirazione. Ma senza una minima disciplina quella scintilla brucia in fretta. Non si può motivare uno studente senza dichiarare una semplice verità: l’attenzione è un muscolo, va allenato e all’inizio fa male:
Sembra che il potere dell’attenzione non stia nel guardare, bensì nella capacità di smettere di guardare, di distogliere lo sguardo, posandolo su ciò che è meno ovvio, di interrompere un ciclo di pensieri e percezioni. (B. Lotto, Percezioni)
Simone Weil si spinge oltre:
Nella nostra anima c’è qualcosa a cui ripugna la vera attenzione molto più violentemente di quanto alla carne ripugni la fatica. (Attesa di Dio)
Musica, sport, disegno, matematica, scrittura… qualsiasi passione formativa diventa piacevole solo dopo un periodo iniziale in cui la difficoltà tende ad essere interpretata come fallimento. Oggi gli adolescenti mollano in questo punto critico più che in passato: perché si aspettano facilità, perché associano la frustrazione alla mancanza di talento, perché confondono l’inizio lento con un limite personale.
Il ruolo educativo consiste proprio nel riformulare questa fase come iniziazione, di cui la fatica è il portale d’ingresso.
La domanda è: come invogliare ad una pratica ascetica? Una prima risposta la prendo dal titolo di un libro: è necessaria un'erotica dell'insegnamento, nel senso che l'insegnante è "colui che sa fare esistere nuovi mondi, che sa fare del sapere un oggetto del desiderio in grado di mettere in moto la vita e di allargarne l'orizzonte" (dalla quarta di copertina).
Ma per comprenderlo meglio dobbiamo guardare cosa è cambiato nel contesto culturale in cui viviamo.
Il beginner bubble effect e l’illusione della facilità
Il mondo digitale offre un paradosso: mette tutto a portata di mano, ma appiattisce la percezione della difficoltà reale, dando ai principianti l’illusione di essere padroni.
In pochi secondi si possono vedere tutorial e contenuti ipersemplificati accompagnati da ricompense superficiali sotto forma di scariche di dopamina. La progressione iniziale sembra immediata, anche nelle attività complesse. Offline invece l'apprendimento è lento, i progressi spesso non sono visibili e si manifestano noia e frustrazione. Si crea così la bolla del principiante: passare da 0 a 1 è rapido e gratificante; da 1 a 2 è lento, impercettibile e frustrante. Quando la bolla scoppia, molti si convincono che “non sono portati”.
La sensazione di padronanza digitale produce un’aspettativa di facilità che la realtà rifiuta. E quando la realtà resiste, il crollo è forte.

È utile condividere qui una testimonianza interessante che ho trovato sotto questo articolo, perché spiega bene il concetto che stiamo trattando:
Ho dato lezioni di chitarra 10-15 anni fa. Era l'apice della mania dei videogiochi di Guitar Hero, per chi se lo ricorda. Gli studenti si iscrivevano a frotte, spesso spinti dai genitori, entusiasti che i loro figli potessero mostrare qualche talento musicale. C'è solo un problema. I giochi di Guitar Hero erano (come la maggior parte dei videogiochi) progettati per essere padroneggiati in circa due settimane con un minimo di impegno. Imparare a suonare una chitarra vera è un processo lento, metodico, imbarazzante e doloroso. Una volta che gli studenti si rendevano conto che suonare uno strumento musicale vero sarebbe stato molto più difficile che padroneggiare la versione videoludica, di solito giungevano a una rapida conclusione: "Questo non fa per me".
Ma il digitale ha anche un’altra conseguenza, ovvero che le possibilità infinite mostrate dagli algoritmi generano una forma di smarrimento: desideriamo mille cose insieme, spesso incompatibili tra loro, non abbiamo più un senso chiaro di priorità e la percezione della nostra vita reale viene corrotta da una realtà potenziale illimitata.
Un semplice digital detox, se ben guidato, non è una soluzione miracolosa ma può restituire un minimo di proporzione. Permette di tornare a desideri più autentici. E questo rimanda alla necessità di dare forma alle scelte, perché abbiamo molto di più a cui rinunciare (con conseguenze importanti anche in ambito relazionale).

Macro-focus e micro-focus: due attenzioni complementari
Per orientarsi in un mondo di stimoli infiniti, serve distinguere due forme di attenzione:
- Macro-focus: scegliere ciò che merita impegno e sofferenza, cioè la direzione di fondo.
- Micro-focus: sostenere quotidianamente il lavoro necessario per realizzare quella direzione, le banali e ripetitive attività di ogni giorno.
Tra questi due tipi di attenzione ci deve essere una coerenza di fondo, senza fare della rigidità un valore: è pieno di vite che si sono reinventate, ma, salvo vittorie alla lotteria, il successo di chi riesce a cambiare direzione si fonda su anni di fatiche ed apprendimenti complementari.
Gli studenti spesso mancano del primo e faticano nel secondo: non sanno perché studiare (macro), né come farlo ogni giorno (micro). Il macro-focus richiede domande scomode:
- Che tipo di persona vuoi diventare?
- Quali competenze ti apriranno la vita tra 5–10 anni?
- Cosa ti fa sentire vivo o curioso?
Il micro-focus, invece, ha bisogno di abitudini solide: routine semplici, obiettivi quotidiani, riduzione del rumore. Senza il macro, il micro-focus naufraga nella distrazione, mentre il macro-focus è irraggiungibile senza una perseveranza quotidiana.
A ciò si aggiunge un elemento culturale: la visione pessimistica del futuro, la perdita di senso, la scuola che spesso presenta contenuti senza incarnarli. Molti studenti non trovano una ragione per impegnarsi perché percepiscono il mondo come già deciso, senza spazi per la loro presenza.
Nelle scuole creiamo ambienti di apprendimento virtuale per i nostri bambini, che essi riconoscono come artificiosi e non meritevoli della loro piena attenzione. Senza l’opportunità di imparare con le loro mani il mondo rimane astratto e distante, e la passione per l’apprendimento non sarà suscitata. (D. Stowe, The Wisdom of Our Hands)
Riannodare questa separazione è essenziale, ma serve un altro ingrediente: la capacità di sostare nella lentezza.
Vivere la tensione tra otium e accidia
La noia è, da sempre, la culla delle idee, ma oggi ne abbiamo perso l’arte. L’otium - tempo libero fertile, riflessivo, generativo — oggi è raro. È stato sostituito dall’accidia: un vuoto interiore confuso, una paralisi mascherata da riposo, un tempo “di scarto” che serve solo a riprendersi dal lavoro per tornare più performanti di prima. Un tempo libero che rimane avaro di domande perché che non ha più valore in sé, ma solo in relazione al tempo produttivo a cui viene contrapposto.
Sovrastimoli, iperconnessione, desideri imposti, frammentazione del tempo… tutto ci spinge verso una forma di accidia strutturale. Va interpretata come un sintomo più che una colpa: indica che qualcosa in noi chiede un cambiamento di ritmo, che stiamo vivendo desideri che non sono davvero nostri.
Spieghiamolo ai giovani e aiutiamoli a scoprire l’otium come uno spazio in cui i desideri si purificano, un luogo da ricercare quotidianamente, almeno finché il tempo della giovinezza lo concede.
Una cura potente è la presenza di progetti lenti, a lungo termine, capaci di creare un arco narrativo più lungo della giornata. Poi il segreto è che l’otium è sterile se vissuto da soli, specialmente all’inizio: trovare alleati dello spirito è la priorità per cambiare il ritmo ad una vita.
Questa danza tra otium e accidia è insegnabile. E prepara alla dimensione più profonda della motivazione: la relazione.
La curiosità come forza relazionale
Spesso diciamo agli adolescenti: "Seguite le vostre passioni". Ma le passioni a quell'età sono spesso mimetiche, plasmate da coetanei, influencer, algoritmi, genitori. René Girard direbbe:
“Desideriamo ciò che desiderano gli altri.”
Ma anche la curiosità allora è relazionale, e ha bisogno di due condizioni per realizzarsi:
- Differenziazione: sentire che il cammino che stai seguendo è “tuo”, riconoscibile, pieno di senso.
- Integrazione: avere un contesto che ti conferma, ti incoraggia, ti restituisce valore.
Sul secondo punto la responsabilità di insegnanti e genitori è enorme, perché lottiamo contro una società individualistica con l’obiettivo di far sì che gli stimoli ed il feedback esterno tornino ad avere la priorità sulla volontà “pura”.
Paul Graham lo dice chiaramente:
Il modo per capire su cosa lavorare è lavorare. [...] La curiosità è la migliore guida. La tua curiosità non mente mai e conosce più di te ciò a cui vale la pena prestare attenzione. (How to Do Great Work)
E quindi smettiamo di aspettarci che la curiosità preceda lo sforzo e iniziamo ad insegnare che anche lo sforzo crea curiosità.
Smascherare l’economia dell’attenzione
A complicare tutto arriva l’economia dell’attenzione. Non si tratta solo di smartphone e notifiche: è un ambiente culturale che premia l’istantaneo, l’effimero, il frammento. La velocità - o meglio l’accelerazione - diventa un valore in sé. Il risultato è una crescente difficoltà a stare dentro a ciò che richiede tempo, a sostare nella complessità:
La distraibilità è l’equivalente mentale dell’obesità (Matthew B. Crawford, The World Beyond Your Head)
Come possiamo allora aiutare un giovane? Il primo passo è sottrarre, ridurre il rumore, costruire un filtro, scegliere poche priorità e mantenerle nel tempo. Insegnare che scegliere significa rinunciare, e che la rinuncia è un atto di maturità, contro la tendenza moderna di tenere tutte le porte aperte.
Una vita focalizzata è una forma di libertà, oltre che un pessimo cliente dell’economia dell’attenzione.
Riappropriarsi dell’incanto
Oltre la psicologia, oltre la pedagogia, c’è una dimensione più sottile: il modo in cui interpretiamo il mondo. Da decenni privilegiamo un approccio analitico e catalogante che si è dimostrato utile, eppure incompleto. Abbiamo perso la capacità di vedere le connessioni, le risonanze emotive, il significato vivo dei contenuti.
Max Weber parlava di disincanto del mondo: non possiamo invertire questo processo da soli (anche se qualcosa si sta muovendo in limine), ma possiamo offrire una testimonianza di senso, un modo di vivere che dia spessore ai desideri.
La differenza decisiva è tra desideri fugaci, alimentati dall’esterno, e desideri spessi, radicati in valori che emergono nella relazione. Abbiamo allora una grande opportunità: distinguere tra ciò che è autenticamente portatore di autonomia e creatività e ciò che è potenzialmente un surrogato artificiale. E se è pure vero, come scrive Bernanos, che “la civiltà moderna è una cospirazione universale contro ogni vita interiore” (La France contre les robots), vediamo anche intorno a noi tante luminose testimonianze del contrario. Non diamoci per vinti.
L’attenzione al tempo dell’AI
Questo discorso diventa ancora più urgente nell’epoca dell’intelligenza artificiale: viviamo accanto a sistemi che producono testi, immagini, codice, musica, soluzioni. Sistemi che simulano attenzione senza possederla: non soffrono la noia, non si scontrano con la resistenza del mondo, non crescono attraverso la frustrazione.
E tuttavia il linguaggio dell’AI ci ricorda involontariamente qualcosa di profondo. Il modello Transformer — la base di GPT e della maggior parte delle AI moderne — si fonda su un meccanismo chiamato attention, ed è diventato celebre un paper che ha segnato la storia dell’informatica: Attention Is All You Need.
Per una macchina l’attenzione è un’operazione matematica che pesa la rilevanza delle informazioni, mentre per l’uomo è una scelta esistenziale. L’AI può generare alternative infinite con sforzo nullo, ed il rischio anche per noi è conformarci a questo processo di meccanizzazione. Ma è anche l’occasione per ricordarci cosa ci distingue davvero: un pensiero meditante capace di una creatività che attribuisce significato.
Un percorso in cinque movimenti
Concludiamo con una sintesi in cinque semplici direzioni di lavoro:
- Allenare l’attenzione come un muscolo, con rituali semplici e una visione ai nuovi mondi che può dischiudere, sapendo che la fatica è necessaria e sarà ricompensata (non dal mondo per forza, ma dalla nostra crescita stessa)
- Collegare macro-focus e micro-focus, dando ragioni profonde e strumenti quotidiani.
- Coltivare l’otium e combattere la pigrizia, creando spazi di lentezza in cui coltivare progetti a passo d’uomo e alleanze spirituali.
- Nutrire la curiosità relazionale, attraverso contesti di riconoscimento e modelli positivi, in un continuo scambio con ciò che ci sta intorno.
- Offrire un orizzonte di senso che possa alimentare desideri fondati su valori.
L’attenzione è il nostro superpotere perché orienta ciò che vediamo, ciò che impariamo, ciò che diventiamo. Con un’iperbole potremmo dire che in definitiva siamo ciò a cui prestiamo attenzione. Insegnarla oggi significa offrire ai giovani una bussola per costruire una vita che valga la pena di essere vissuta. E chissà, forse anche per riempirla d’amore.

